Vodafone Station: programmare il silenziamento della suoneria.

Per chi avesse installata la Vodafone Station, hanno da poco aggiunto lo «spegnimento della suoneria» programmabile giorno per giorno, il che aiuta non poco a liberarsi dagli scocciatori: io per esempio che ho un numero fisso solo per le chiamate mediche di emergenza, ho attivato la funzione dalle 18:30 alle 7:30 di tutti i giorni ed ho risolto, ma non tutti hanno questa possibilità per mille motivi diversi.

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Gestione protetta dei nostri progetti editoriali.

Un piccolo script, in bash, per editare i nostri libri mantenendoli protetti quando non li usiamo.


Può capitare a chi scrive, specialmente per diletto, di avere il computer in condivisione con altri componenti della famiglia. Oppure avendo spesso l’impulso di scrivere nei momenti liberi, di usare un computer portatile che può restare aperto in zone dove bazzica altra gente.

Può anche essere che abbiamo copia aggiornata del nostro lavoro, in progresso, in un’area in cloud, dove notoriamente non è cosa sana tenere file importanti non protetti.

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Leggere Medium.com via RSS

Oggi, da buon vecchio internauta, mi sono chiesto se fosse possibile leggere Medium.com nel vecchio stile degli RSS. Trovo i feed molto comodi per diverse situazioni, per cui mi son messo a scartabellare, googlare (Dio !!! Quanto odio questo verbo!!!) e sperimentare.

NON ho trovato documentazione a riguardo, ma facendo qualche test, a memoria, su come venivano creati gli indirizzi RSS una volta, sono arrivato a questa conclusione, sperimentata e funzionanate: Continue reading →

Dello scrivere e le mappe mentali.

Quando la tecnologia può venirci incontro.


Era un po’ che ci pensavo: usare le mappe mentali può aiutare uno scrittore a produrre meglio? Dopo molto tempo passato a pensarci alla fine ho deciso di provare e vedere che sarebbe successo. Di programmi per la generazione di mappe mentali ce sono a iosa: a pagamento, open source e gratuiti. Io per il solito problema di utilizzo su diverse piattaforme, primariamente Linux e Mac, ma anche occasionalmente windows, ho provato:

  • XMind
  • FreeMind2

Li mi son fermato perché alla fin fine, le funzioni sono praticamente le stesse per tutti. Le uniche differenze che ho notato, che fossero degne di nota, sono le capacità di esportazione/importazione da e verso altri programmi di gestione di mappe mentali. Continue reading →

Storie di dolore

Dolori non classificati dalla medicina, ma che noi viviamo costantemente.

Esistono persone che, ai giorni nostri, soffrono; soffrono tanto, di continuo, come nel mio caso, persino in maniera perenne da molti anni. Direte che c’è di strano? Il mondo è pieno di malati! Vero, ma la categoria di cui parlo è un po’ particolare: siamo persone che soffrono, ma che i medici non sanno come aiutare, perché, con tutta la loro buona volontà, questi non riescono a trovare l’origine del nostro problema.

Nel mio caso, un mattino qualsiasi, di giorno qualsiasi intorno i trentacinque anni, mi son svegliato con un dolore ad un piede. Mi son detto sarà una stupidaggine, e scherzosamente mi son detto che stavo invecchiando. Mi aspettavo che, con il solito analgesico generico che avevo sempre usato, sarebbe passato entro poco tempo, e non ci ho pensato mentre passavano le ore. Arrivò la sera ed il dolore era sempre li, non fortissimo in quel momento, ma era sempre li, costante, pulsante, presente senza farsi però troppo notare. E fu nei giorni successivi che capii che qualcosa era cominciato, ma mai avrei pensato che non sarebbe più finito!

Dicerto il periodo successivo, e non certo inteso come una manciata di giorni, non è stato come mi aspettavo: anni di esami, test, ricoveri e delusioni. La delusione era sempre la componente finale di qualunque tentativo: perché alla fine la risposta era sempre la stessa: “Lei è sano come un pesce, e non riusciamo a capire il suo dolore da dove provenga.”

Immagino anche altre persone a cui sia capitato: la delusione, per quanto sempre meno sorprendente, perché ormai diventava una consuetudine, ormai era una una conclusione abituale; qualunque tentativo si facesse si finiva sempre per restare delusi; sapere di stare male, e di starci parecchio, e non riuscire a trovare una ragione, corrispondeva a sapere che si stava male e che le cose sarebbero solo peggiorate, visto che non si capiva perché.

Intanto quel dolore che era iniziato da un piede, continuava ad espandersi: nel giro di pochi anni il dolore interessava ormai l’intera gamba ed iniziava a coinvolgere anche l’altra.

Fu in quel periodo che sembrò esserci una speranza: durante l’ennesima tornata di esami sembrò che avessi l’artrite reumatoide. Mi dissi che finalmente c’era una malattia su cui lavorare, una malattia su cui si potevano fare delle terapie, verificare clinicamente dei miglioramenti. Ero contento come non mai. Mi era stato spiegato che era una patologia da cui non si guariva, ma che esistevano comunque terapie che potevano migliorare significativamente la mia qualità di vita quotidiana. Così iniziai le terapie, e sembrava che le cose migliorassero un pochino, ma dopo diversi mesi di terapia mi resi conto che, a fronte delle terapie che stavo facendo, e parliamo di antitumorali a basso dosaggio e quantità di cortisone tali da mantenere una piccola casa farmaceutica da solo, i benefici non corrispondevano all’impiego di tali dosi.

Se ne rese conto anche il reumatologo che mi seguiva e così ennesimo ricovero, altri 30 giorni in ospedale, rivoltato come un calzino per ancora una volta. Di nuovo mi aspettavo di restare deluso: e così fu. Alla fine mi sentii ripetere la solita frase: «Ci spiace, per quanto riguarda l’artrite reumatoide, adesso è a posto, per il resto ci risulta sano come un pesce.»

Interessante, peccato che i miei dolori fossero sempre presenti, costantemente, come da quando era iniziata la questione dell’artrite reumatoide. Fu solo quanto minacciai di dovermi portare fuori a forza dal reparto, perché i dolori erano ancora presenti, che scappò loro qualche vaga informazione sulla terapia antalgica. «Esiste una nuova branca della medicina che si occupa di gestire il dolore in pazienti come lei, in cui non si capisce l’origine dello stato doloroso.» Fu tutto quello che riuscii a sapere da loro: sembravano non volersi sbilanciare, come se darmi indicazioni su questa nuova, che nuova non era per nulla, branca diminuisse il loro prestigio, tanto da non volermi dare nemmeno una indicazione di massima di chi poter contattare. Alla fine san Google mi venne incontro: trovai un medico che praticava questa specializzazione che addirittura metteva il suo numero di cellulare personale sulla sua propria pagina web!!

Chiaramente l’ho contattato e da li la mia vita è decisamente migliorata, almeno per qualche anno. Seguendo le sue disposizioni, e con dosi nemmeno così eccessive di analgesici specifici, ho ripreso a vivere, almeno per un certo periodo. Le cose sono andate bene per diversi anni: quando il dolore superava il livello del farmaco mi veniva innalzata la dose di una certa unità in milligrammi e, per altri mesi o addirittura anni in certi casi, ero di nuovo a posto.

Mi aveva avvisato però che non si poteva fare questo gioco al rialzo all’infinito: ad un certo punto avremmo raggiungo un livello critico oltre il quale non si sarebbe potuti andare, ma Gerardo, sempre positivo, mi disse «Quando succederà troveremo un’altra soluzione.» E così fu in effetti. Dopo diversi anni di questa terapia al rialzo raggiungemmo il famoso livello critico, che lui non mi aveva mai comunicato quale essere, per ovvi motivi psicologici. Quando me lo disse mi sentii la terra cedere sotto i piedi: ed adesso ? Cosa si poteva fare, come sopravvivere al dolore perenne che di nuovo saliva di intensità ormai su entrambe le gambe coinvolgendo le anche persino?

Gerardo mi disse che c’era una possibilità: un impianto sottocutaneo per l’elettro stimolazione dei grandi nervi che trasmettono il dolore dagli arti inferiori. Praticamente questa stimolazione, continua o meno a seconda di come avesse funzionato su di me, avrebbe confuso il cervello sulla natura dei segnali che questi nervi inviavano, rendendolo così capace di non interpretare il dolore come tale, ma un fastidio; non essendo certo che avrebbe funzionato bisognava fare un periodo di prova con l’apparecchiatura connessa in maniera temporanea esterna al corpo, escluso il sondino che si infilava nella colonna vertebrale. Avrei dovuto stare molto attento a non impigliare mai quel cavo a penzoloni, che mi usciva dalla pelle, per tutto il tempo e se, ripeté con enfasi se, la cosa avesse funzionato, allora avrebbe proceduto con l’inserimento definitivo sotto cute, ma dovevo anche tenere conto in quel caso, che periodicamente avrei dovuto sottopormi ad interventi chirurgici per la sostituzione della batteria dell’apparecchio.

Lamia risposta fulminea fu solo «Quando cominciamo il periodo di prova?». Credo Gerardo se lo aspettasse e così in tempi, relativamente brevi, mi fu impiantato il sondino nella colonna vertebrale ed inizio il periodo di prova. La prova andò a buon fine, così qualche mese dopo mi trovavo sul lettino della sala chirurgica con Gerardo che mi sistemava tutto l’impianto sotto cute. Da allora son passati un paio di anni, ho già affrontato il primo intervento di cambio batteria, ed adesso a distanza di un altro anno sono quasi pronto per eseguire il secondo cambio batteria.

Capiamoci: questa apparecchiatura non mi ha fatto tornare a praticare arti marziali, o mi ha fatto tornare a fare le mie, tanto mancate camminate in montagna, ma quanto meno, vivo in casa una vita accettabile, riuscendo anche a lavorare , da casa ok ma comunque almeno qualcosa riesco a fare!!

Perché hai voluto raccontarci questa storia, molti di voi si staranno chiedendo: per tre semplici motivi:

  1. Vorrei che molta più gente capisse quello che altre persone in condizioni come la mia, se non peggiore, vive. Quando sento la gente lamentarsi delle sciocchezze quotidiane tendo a diventare iroso. Mi domando come faccia la gente a non ringraziare ogni giorno di vivere una vita in salute; mi rendo conto che forse anch’io prima che questa avventura iniziasse, sicuramente, ero come tutti gli altri, ma ora che ci sono dentro, darei non so cosa affinché la gente capisse che esistono molte persone nelle mie condizioni. Nemmeno io lo immaginavo, ma frequentando spesso gli ambulatori di Terapia Antalgica, vedo quanta gente si trova costretta a confrontarsi con situazioni di dolore perenne del quale non si riesce a determinare la causa, con il risultato, come successe a me, di non trovare terapie utili a lenire il dolore.
  2. Vorrei che fosse fatta molta più attività divulgativa, su questa branca delle medicina. Io stesso ho introdotto alcune persone, affette da dolore cronico sia dovuto a malattie conclamate, che a situazione come le mie in cui le origini non si capiscono, a questo modo di affrontarlo. Certo, mi rendo conto che doversi adattare a terapie a medicinali molto forti, che inducono dipendenza, può spaventare molti, ma fidatevi: se uno deve vivere tutto il giorno, di tutti i giorni, un dolore che non da tregua, allora delle dipendenza a quel punto se ne fregherà assolutamente.
  3. Vorrei, anche, che chi ha a che fare con persone nel mio stato per motivi professionali, faccio un esempio banale: la commissione medica patenti, fosse più comprensiva nel capire che noi siamo già in condizione di svantaggio, se poi ci si mettono pure loro a complicarci la vita, non è che non facciamo i salti di gioia!!! Io, per esempio, ho dovuto rinnovare la patente negli ultimi 4 anni ogni santissimo anno, questo perché la CMP ha ritenuto che dovessi essere rivisto, anno per anno, per capire se peggioravo o meno, e posso capire dal loro punto di vista questa cosa, ma non la capisco quando, alla prima visita fatta, scopro che nemmeno conoscevano il farmaco che assumevo contro il dolore e che, seppure in dosi molto più basse, devo, e dovrò, continuare a prendere per il resto della mia vita. Quest’anno, non mi chiedete il perché, ma mi hanno graziato rinnovandomi la patente per ben due anni!! Dico ben due.

Vorrei anche che chi ha a che fare con persone nel mio stato per motivi professionali, faccio un esempio banale: la commissione medica patenti, fosse più comprensiva nel capire che noi siamo già in condizione di svantaggio, se poi ci si mettono pure loro a complicarci la vita, non è che non facciamo i salti di gioia!!! Io, per esempio, ho dovuto rinnovare la patente negli ultimi 4 anni ogni santissimo anno, questo perché la CMP ha ritenuto che dovessi essere rivisto anno per anno per capire se peggioravo o meno, e posso capire dal loro punto di vista questa cosa, ma non la capisco quando, alla prima visita fatta, scopro che nemmeno conoscevano il farmaco che assumevo contro il dolore e che, seppure in dosi molto più basse, devo, e dovrò, continuare a prendere per il resto della mia vita. Quest’anno, non mi chiedete il perché, ma mi hanno graziato rinnovandomi la patente per ben due anni!! Dico ben due.

Comunque dell’interazione della nostra situazione medica con il mondo intorno a noi con cui dobbiamo interagire parlerò in un altro post.

Se qualcuno si trova nelle mie condizioni, o si vede in una condizione simile alla mia, e volesse informazioni sulla Terapia Antalgica, mi contatti pure che cercherò di rispondere a qualsiasi domanda.

Linux on a Mac

 

Come avere un sistema linux su una macchina Apple senza perdere l’oSX già installato a bordo e senza impazzire!!

 

È da diverso tempo, che leggo in giro varie documentazioni che spiegano, tra un artificio e l’altro, come riuscire a sfruttare tutta la potenza di un computer Apple usando al posto del suo sistema nativo, l’oSX, una distribuzione linux.

Ho trovato tantissima documentazione, sia in inglese che in italiano, ma già il fatto che la maggior parte della documentazione risulta essere specifica per una distribuzione o l’altra mi ha fatto spazientire, non parliamo poi delle solite guide scritte, da chissà chi, alla fine delle quali ti ritrovi con una macchina inchiodata con uno schermo nero e doverti reinstallare tutto dal tuo fidato backup, se l’hai fatto, o, e peggio per te se non l’avei fatto, da zero.

Che fare dunque? Mi son chiesto più volte:”Possibile che non esista un modo rapido, ma sopratutto sicuro, per avere una partizione, interna o esterna su chiavetta o disco USB che fosse, senza dover diventare pazzi?”

Una volta per i driver del disco, una volta per i driver video, una volta per driver di rete, fissa o wifi che fosse, insomma in ogni guida manca qualcosa che permetta di poter fare una classica installazione da una ISO pulita e che al primo reboot, una volta premuto il tasto ALT, compaia la selezione “Linux o oSX” da cui poter scegliere?

Cosi mi son messo a pensare in maniera alternativa e un modo l’ho trovato: sicuramente altri l’hanno trovata prima di me, ma pare che nessuno di questi si sia preso la briga di condividere la propria soluzione, quindi andiamo a vedere subito come fare:

Prerequisiti:

 

  • Un sistema oSX, meglio se aggiornato e funzionante regolarmente: non deve essere stato appena installato, l’importante che funzioni regolarmente;
  • Un disco o chiavetta USB con dimensioni sufficienti a contenere il vostro sistema operativo Linux più tutto lo spazio che vi servirà per farci stare i vostri dati e tutti i software che vorrete installarci.
  • una ISO della vostra distribuzione preferita, in questo esempio io installerò una LinuxMint Mate 18.0, ma potete usare quella che vi pare, fosse anche una Gentoo da installare da zero (a patto che sappiate come installare una LFS)!!
  • software VritualBox, con Extention Pack, per oSX già installato.

 

Non serve altro, tutto qui: basta che questi quattro requisiti siano soddisfatti e siete pronti a partire per la vostra installazione.

Chiarisco una cosa prima di proseguire: alla fine della procedura vi troverete in questa situazione:

  1. Avrete ancora il vostro Mac con il vostro oSX, cosi come era prima della procedura: sul vostro Mac nulla sarà cambiato;
  2. Avrete un disco esterno, o una chiavetta USB  che sia, con a bordo tutta la vostra installazione fresca e fumante, pronta ad essere avviata usando il tasto ALT durante un normale reboot. (Di questa cosa parleremo più a fondo verso la fine del documento)

Primo step.

 

Questa è una cosa importante: se avete già installato VirtualBox, assicuratevi di avere l’ultima versione installata, altrimenti rischierete di avere problemi. Se invece la state installando da zero, il problema non si pone, visto che quando la scaricherete da questo link avrete l’ultima versione per forza di cose!!

Appena installato VirtualBox consiglio, per avere i driver anche per USB3 ed altre cosette, di installare anche il pacchetto che porta il nome Extention Pack. Lo trovate qualche riga più in basso da dove avete scaricato VirtualBox, per la precisione qui.

Una volta che avrete installato VirtualBox, basterà fare doppio click sull’Extention Pack affinché venga aperto automaticamente da VirtualBox stesso e provveda lui all’installazione.

Quindi ripeto: prima installare VirtualBox; ad installazione terminata installare poi, l’Extention Pack.

Secondo step.

 

Se il disco o la chiavetta sono vergini andate in Applicazioni–>Utilituy ed avviate Utilità Disco. Inizializzate il device su cui volete installare il vostro linux, e create una sola partizione, tanto poi la dovrete cancellare al momento dell’installazione; io l’ho partizionata con il file system  MsDos; ripeto: tanto la cancelleremo una volta avviata l’installazione.

Terzo step.

 

Avviamo VirtualBox e creiamo una macchina virtuale specificando che sarà una macchina Linux del tipo che decidete voi. Quando vi chiederà che disco volete creare date sempre invio accettando le risposte di default. Al momento di specificare la dimensione del disco, date una dimensione che volete, tanto il disco virtuale nemmeno lo utilizzeremo. Fate attenzione a configurare la nuova macchina virtuale come se davvero la voleste installare come una macchina virtuale: memoria per la scheda grafica, scheda/e di rete sia LAN che wi-fi, mouse o tavoletta, io uso un trackball usb ed ho settato un normale mouse e funziona benissimo.

Quello che è fondamentale che sia configurato, pena il fallimento dell’installazione, è il tab delle porte: dovete specificare che sono attive le usb e se solo 2.0 o anche 3.0, altrimenti rischiate che al momento di avviarsi il kernel non veda più l’usb e addio caricamento della macchina linux appena installata!!!

Questo è lo snap della configurazione della macchina temporanea che ho creato per installare la mia LinuxMint Mate su un disco esterno USB2 da 500GB:

Come vedete l’ho definita come una Ubuntu generica a 64bit, 2GB di ram, 4 processori, 128Mb di ram video, Accelerazione 3D abilitata; sul controller dischi ho il disco virtuale, che non useremo in realtà ripeto, il driver audio proposto di default, la scheda di rete che ho impostato come bridge sulla mia scheda di rete thunderbolt ed infine l’attivazione delle porte USB.  Importantisimo: sulla seconda porta del controler disco, come cd, ho indicato il file ISO della mia distribuzione: se non la indicate, ovviamente non avrete nulla da installare !!

Quarto step.

 

Avviate la macchina virtuale appena creata: chiaramente lasciate partire il sistema in modalità live; una volta avviata la macchina, di solito, sul desktop comparirà una icona da cliccare per avviare l’installazione.

PRIMA di avviare l’installatore andate sul menù Dispositivi->USB di VirtualBox e selezionate l’unità, disco o chiavetta che sia, su cui volte installare linux. Nel mio caso era un disco da 500Gb. Questo passaggio serve a rendere visibile il disco in questione al sistema di installazione: se saltate questo passaggio, quando sarete nella fase di selezione del disco di destinazione per l’installazione di linux non vedrete il vostro disco/chiavetta e dovreste ricominciare tutto da capo.

Nota: Per fare si che il disco sia ‘agganciabile’ al vostro ambiente di installazione, non deve essere montato e disponibile per il Mac. Come sapete quando attaccate un disco esterno il sistema lo ‘monta’ automaticamente. Essendo già ‘montato’ VirtualBox ve lo elencherebbe, ma in grigetto impedendovi di selezionarlo; per cui prima di tentare di agganciarlo, ricordatevi di smontarlo dal Mac cliccando sulla freccia a destra del nome del disco che compare in Finder:

 

Per chi non fosse pratico la freccia a cui mi riferisco è quella nel cerchio rosso.

Solo dopo aver cliccato quella freccia il disco scomparirà dalla lista dischi montati e diventerà utilizzabile da VirtualBox per la vostra installazione.

Quinto step.

 

A questo punto fate partire l’installatore e proseguite come in una normale installazione di linux. L’unica accortezza che dovrete avere saranno le seguenti due:

  1. al momento di scegliere come e dove installare la distribuzione, scegliete il disco giusto, mi raccomando: che non andiate a sovrascrivere il vostro disco Mac (di norma il disco Mac è /dev/sda) !!!
  2. Una volta scelto il disco decidete, come meglio vi trovate, se usufruire del partizionamento automatico da parte dell’installatore o se volete partizionarlo a mano.

Nota: Io, di norma, opto sempre per la seconda possibilità: in questo modo posso mettere l’area di swap in cima; la partizione di boot, che viene letta di norma solo all’avvio ed in caso di aggiornamento del kernel, in fondo; ed in mezzo una, o più, partizioni a seconda del tipo di installazione che volete fare: una partizione unica per tutto, partizioni separate per sistema e utenti utente (/home), una partizione per i dati da scambiare con altre macchine (/dati) e cosi via.

L’unica cosa fondamentale, pena la mancata partenza all’avvio, e ricordarsi di istruire l’installatore affinché installi il GRUB nella radice del disco usato per l’installazione.

Per esempio se usate il disco /dev/sdd con le varia partizioni (occhio: di solito /dev/sda è il disco Mac per cui evitate di toccarlo!!), dovete specificare che GRUB va installato in /dev/sdd e non per esempio in /dev/sdd3 perché quella l’avete dedicata a /boot. Il loader DEVE stare nella radice del disco quindi, nel nostro esempio in /dev/sdd.

A questo punto proseguite con l’installazione sino alle fine. Vi verrà richiesto se volete proseguire a sperimentare il sistema in uso usufruendo del disco live o se volete riavviare per far partire il sistema appena installato: NON CLICCATE ‘RIAVVIA‘ !!!! Vi siete scordati che non abbiamo installato una macchina virtuale classica vero  ??? 🙂

A questo punto resta da verificare se la nostra installazione sia andata a buon fine o meno, quindi:

  • spegnete (NON RIAVVIATE) la macchina virtuale;
  • uscite da VitualBox;
  • uscite da altre eventuali applicazioni aperte;
  • controllate il volume del vostro Mac: se non è abbastanza alto da sentire il ‘boing’ al riavvio, non saremo in grado di capire quando far partire il nostro nuovo disco con linux; 
  • riavviate il vostro Mac;
  • appena sentiamo il ‘boing’, premete e tenete premuto il tasto ALT (quello centrale dei tre in basso sulla tastiera). Io uso sempre quello di sinistra, ma presumo che sia indifferente la posizione del tasto ALT usato se destro o sinistro;
  • mantenete premuto il tasto ALT, (se sollevate il dito riavviate il Mac di nuovo!!!) fino a che compare la schermata di oSX per la selezione del disco da usare per l’avvio e se avete fatto tutto bene avrete tre dischi elencanti; primo: un disco Mac; secondo: un disco di Ripristino per emergenza Mac; terzo: et le voilà: il vostro disco Linux!!
  • Non cercate di usare il mouse in questa fase: ne oSX ne Linux avrebbero ancora caricato il rispettivo driver. Usate i tasti freccia per selezionare il terzo disco e premete invio e attendete: tempo qualche secondo, a seconda che usiate USB3 o USB2 e dalla anzianità del disco USB  (si sa che per fare queste prove di solito usiamo i dischi più vecchi eh eh eh ) e il vostro linux comincerà a sciorinare, sul monitor, le classiche righe di caricamento del kernel ed infine la GUI del vostro DE scelto in fase di installazione.

 

Piccola nota: perché usare VirtualBox e non far partire direttamente il CD di installazione sempre con il sistema Avvio-> Boing -> Pressione tasto ALT ?

Perché cosi i driver video, audio, scheda di rete, scheda wi-fi saranno quelli di VirtualBox e di conseguenza caricati senza fare storie. Chiaro: non saranno il massimo se volete attrezzare una stazione da gioco, ma per un uso Desktop o per sviluppo software, vi garantisco che funziona perfettamente.

Ultima cosa, che dovreste aver già intuito: in questo modo, questa chicca di disco installato con i driver di VirtualBox ,lo potete far partire su qualunque sistema Mac che abbia un età pari o più giovane del vostro; basterà usare sempre il sistema del tasto ALT dopo il ‘boing’ del (ri)avvio!!

E con questo è tutto!!!

Se vi serve qualche altra specifica, scrivetemi pure a jcurto CHIOCCIOLA protonmail PUNTO com e per quello che posso sarò lieto di rispondervi.

Buon divertimento !!

JC

P.S.: se avete, per sbaglio, definito il volume in fase di partizionamento come MBR il sistema di scansione in fase di boot (boot -> boing -> tasto ALT) del Mac non rileverà il vostro disco. Vi restano due soluzioni a questo problema:

  • Ripetete la procedura sopra descritta definendo il boot del disco come EFI;
  • oppure installare reFind, un boot loader che risolverà in un colpo solo tutti i problemi di rilevamento di qualunque sistema operativo in fase di boot.

Di reFind parlerò nel prossimo post.

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